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Coups de cœur Cultura
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C'è un paradosso al cuore del fenomeno camorristico che raramente viene messo a fuoco con sufficiente nitidezza. Da un lato, la camorra è un fenomeno criminale concreto, fatto di persone reali, di estorsioni reali, di morti reali, di territori reali, di flussi finanziari tracciabili, di imprese, di voti. Tutto in essa è materiale, contabile, suscettibile di indagine giudiziaria e statistica. Dall'altro lato, è un'entità quasi atmosferica nell'immaginario collettivo: la senti nominare e pensi a qualcosa di onnipresente, capillare, capace di occupare ogni angolo di Napoli come una nebbia che penetra le mura. Tra il primo livello — concreto, finito, misurabile — e il secondo livello — atmosferico, totalizzante, mitologico — c'è un divario considerevole. Quel divario non è un epifenomeno, una distorsione cognitiva da correggere: è una risorsa attiva, prodotta deliberatamente, accumulata storicamente, gestita strategicamente. È, sostengo in queste pagine, il vero potere del brand "Camorra". Il suo plusvalore.
Questo saggio si propone di misurare quel divario, di spiegare perché esiste, e di proporre alla fine un'azione concreta che riguarda chiunque scriva, parli o legga di criminalità organizzata in Italia. La tesi che intendo proporre si può enunciare in poche righe: il fenomeno camorra esiste come potere sociale anche, e in misura considerevole, nella misura in cui esiste come oggetto linguistico, e l'oggetto linguistico è alimentato ogni volta che qualcuno — magistrato, giornalista, scrittore, cittadino, anche avversario dichiarato del fenomeno — pronuncia la parola in modo che ecceda la sua necessità tecnica. Smettere di pronunciarla gratuitamente è uno dei pochi atti di contrasto disponibili a chi non ha né armi né poteri investigativi.