FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO

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L'innamorato parla. La parola esiste perché l'Io è in uno stato di tensione verso l'altro; attende ed è come un "tumulto d'angoscia suscitato dall'attesa dell'essere amato in seguito a piccolissimi ritardi". Il discorso mancato porta a una specie di delirio che identifica l'innamorato in colui che aspetta l'altro, con quel senso di abbandono che trasforma la parola in un discorso paranoic. L'attesa è il campo dove l'amore staziona, la sala d'aspetto in cui l'innamorato "si vede con tristezza esiliato dal proprio immaginario", che è l'immagine ideale capace di suscitare un sussulto con il solo ricordo. L'esilio è necessario in quanto "il prezzo da pagare è la morte". Morte simbolica, ovviamente e silenzio della parola. L'Io parla perché è il simbolo ad averlo fatto parlante e in quanto il linguaggio è desiderio dell'Altro. Nella distanza viene a mancare uno dei termini e il discorso è un monologo amoroso nel quale il soggetto annulla l'oggetto d'amore in virtù dell'amore stesso: il soggetto ama l'amore e non l'altro reale. 

L'innamorato invece aspetta, è sedentario, a disposizione, sempre nello stesso posto, è come sequestrato dalla scena. Parla a sé stesso prima che all'altro assente. Come quando sulle panchine dei binari un uomo attende tra i frammenti del tempo che la donna scenda dal treno, mormorando sottovoce le frasi d'amore che le dirà. Ecco il punto: il monologo anticipa il discorso, colma il vuoto e per lo più assorbe la totalità della relazione. La voce annuncia l'arrivo al binario e tanto basta a quietare l'affanno della mancanza. L'uomo si alza e mentre il treno giunge in stazione, non può far a meno di anticipare quello che le dirà. Parla da solo, come i pazzi. La gente attorno fa caso al suo parlare, non alle parole. Perché "Le parole non sono mai pazze (tutt'al più sono perverse), è la sintassi ad essere folle". (R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso).

 
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